Terra Santa. Si, davvero santa, cioè separata. E’ davvero un altro mondo. L’ombelico del mondo. E non in senso solo figurato. Tutti guardano alla terra santa. I pellegrini di tutte le nazionalità. Anche io tra essi, pellegrino del CVS. Alcuni disabili tra noi. Sono loro a portarci in giro in verità. Non solo italiani in terra santa. Un pullman portava degli indonesiani ai luoghi santi! Non c’è terra più ricca di ricerca spirituale e allo stesso tempo di fragilità umana. La terra scelta da Dio. La terra nella quale si litiga, si fa guerra non per questioni di alta teologia ma, come sempre, per questioni “di condominio”. Si perché è questa la Terra Santa: un grande condominio dove le famiglie umane si scannano per il loro diritto di proprietà, il diritto di esistere. ‘Resist to exist.’recita una scritta a bomboletta sul triste muro voluto da Israele. (ma tutti i muri sono fatti per essere abbattuti su questo possiamo stare certi!!). Esistere in quei luoghi significa due cose: possedere un minimo pezzo di terra, e identificare la propria fede. In Terra Santa non ci si può non schierare da una parte. Perché davvero non esisti.
Forse si può anche essere atei. Ma, diceva un frate, sempre ti chiederanno che ateo sei: ateo ebreo, ateo musulmano o cristiano…
La Terra Santa è un luogo di incontri. Con gli ebrei, vestiti di nero, cappello a tesa larga, boccoli tipici e la Torah ad ogni passo incontrata anche sulle porte delle case. Oppure appena svoltato l’angolo, gli arabi con il kefia in testa, i lungi abiti scuri e il rosario musulmano al polso. La Terra Santa è il luogo dove incontrare i luoghi che hanno visto Gesù predicare e operare. Se staremo zitti noi grideranno le pietre!
Prima tappa il Tabor.
La trasfigurazione. Una nube ha avvolto anche noi pellegrini e la pioggia successiva ci ha fatto correre nella grande basilica per terminare la celebrazione. Ascoltatelo! La Parola. Gesù è la parola viva. Ad ogni luogo mi aspettavo di incontare Gesù ma sempre vedevo i suoi luoghi e non lo sentivo. Come se fosse sempre più avanti. Forse l’emozione, forse il caos dei pellegrini, forse lo spingere le persone in carrozzina su e giù per gli innumerevoli gradini di quella terra così mossa. O forse qualcosa che avrei capito in seguito.
Dal Tabor alla moltiplicazione dei pani. Il mosaico simbolo della Terra Santa. E poi Nazareth il luogo dove Gesù si è fatto carne. Luogo dove Dio è sceso sulla terra. Come sei bella Maria, donna feriale direbbe don Tonino Bello e quanta strada hai percorso su e giù per quelle ripide valli tua dimora. La fontana dove hai visto per la prima volta l’angelo e dal quale sei scappata fino a casa tua. La casa di Giuseppe, a pochi passi dalla tua. E quello spazio dove sicuramente Gesù da piccolo giocava con gli amici.
Gesù diventato grande lascia la tua casa, Maria per andare a svolgere la sua missione per noi. Eccolo a Cafarnao nella casa dell’amico Pietro. Accanto alla casa dei pescatori, sul lago la piccola sinagoga dove tuo figlio proclama la salvezza e non viene capito. E finalmente anche noi possiamo toccare il lago, il mare di Galilea che ha sentito tante volte risuonare la voce del Salvatore. Tocchiamo le sue acque. Come vorrei avere la fede di Pietro che cammina incontro a te sulle onde. Ma la mia fede è così piccola che neanche lì ti incontro Gesù. Ma ho a fianco a me un sacco di gente. Addirittura ricevo scherzando il battesimo con le acque del lago. E poi, Giada, Rossella, Giorgio,Alex… Non è che sei lì ad incontarmi, Signore?
Giudea - o Giudeia come dice don Johnny.
Saliamo finalmente a Gerusalemme. Attraversiamo la valle del Giordano con la sua fossa sotto il livello del mare e la sera celebriamo l’Eucaristia nei pressi del deserto. Una grande nostalgia: nel deserto ti appaiono i tuoi fantasmi, le tue fragilità, la tua piccolezza. Nel deserto hai tre possibilità: lasciarti andare e morire, lasciarti andare a soluzioni di comodo, oppure affidarti fiducioso all’intervento di Dio. Meno male che siamo insieme. I bambini si divertono in un parco giochi lì vicino. Guardando gli altri si vive. La prima sera entriamo nella città vecchia per la porta di Damasco. Facciamo la via crucis. Di notte le botteghe del mercato sono chiuse e si può camminare in libertà. Che emozione. La via dolorosa. Di giorno è un mercato. Come ai tuoi tempi Gesù. Tu vieni condannato e intorno tutti sono indifferenti. E’ un altro giorno. Saliamo a Betlemme. Si deve attraversare il triste muro. Nella piazza davanti alla basilica una moschea con il classico minareto. E’ venerdì è per il musulmano è giorno di preghiera. La predica la sentiamo anche noi attraverso gli altoparlanti. Chissà cosa dice l’imam. Intanto il muezzin canta proprio durante l’elevazione della nostra celebrazione. Che segno strano. Al culmine della Messa anche il muezzin canta e sembra onorare così l’Eucaristia. Naturalmente ‘sembra’. Ma è un segno che riempie il cuore e non solo le orecchie. E paradossalmente invece di essere fastidioso come al solito è solennemente piacevole.
Facciamo l’impossibile per portare le persone in carrozzina a baciare la stella d’argento che ricorda il luogo dove il Bambino ha visto la luce per la prima volta ma tutti ci arrivano. Perfino il grande Omar. Mangiamo sotto una tenda di pastori. Un bel locale. Molto speciale. Cibo tipico. Insalatine speziate, e una crema di ceci detta humus. Diventerà il simbolo della nostra tavola.
Ain-Karim.
Maria ma quanto hai camminato!
Visitando Aim Karim, il luogo che ha visto i natali di Giovanni il Battista tutti stupiscono della tua tempra. Incinta hai fatto la strada da Nazareth a Aim Karim e ritorno. E poi all’ultimo la strada da Nazareth a Betlemme con Giuseppe. Ecco la nostra fede: sempre in cammino, in una concretezza specialissima che ti fa, o madre ancora più bella, ancora più vicina e ancora più madre nostra.
Gesù che predica. Gesù che nasce. Gesù che muore per noi.
Ci alziamo presto per andare a visitare alcuni luoghi importanti nella città vecchia. Tra i bazar, il suk arabo ci avviciniamo negli stretti vicoli di Gerusalemme al Santo Sepolcro. Saliamo al Golgota, portando una croce leggera: i nostri amici in carrozzina. Chiedendoci chi è davvero colui che porta. Scendiamo al sepolcro. Folla. Rumore. Spinte. Attesa. Bigliettini in ogni fessura di pietra. Al centro la piccola chiesa dentro la chiesa. Non dirò altro. Se non l’emozione di toccare la pietra che ha visto la tua Resurrezione Signore. Entriamo come Pietro e Giovanni e ci aspettiamo di trovarti lì. Ma Tu non ci sei! La Vita non può stare prigioniera della Morte. E il pensiero non può non andare alla Sindone che presto potremo di nuovo venerare interamente a Torino.
Non si può pregare lì dentro. Scendo nella chiesa sotterranea, la chiesa che ricorda Elena che trova la Croce. Un po’ di calma finalmente per rientrare delle emozioni. Qui si respira l’aria del cavalieri crociati. Un tuffo nella storia. Gesù, ancora una volta ti cerco ma tu non ci sei! Ci sono le pietre che gridano di te. Ma tu non sei lì. Avrei dovuto aspettarmelo. Usciamo fuori. Foto di gruppo. Il gruppo è fondamentale. Non si fa il pellegrinaggio da soli. Giochiamo con i bambini presenti: Andrea, Davide, Vladi, Natoli (ma si scriveranno così?), Chiara,…
La cappella dell’Ascensione. Una vecchia moschea. Dentro la pietra dalla quale Gesù si è staccato per salire al cielo. Gli ortodossi hanno un altro luogo tradizionalmente. In compenso i cattolici di tutti i riti una volta l’anno si incontrano qui per fare festa e pregare. L’ecumenismo passa anche per la tavola: ciascuno presenta un piatto tradizionale a tutti.
Forse non sono andato in ordine. Ma di nuovo in Gerusalemme sorge la chiesa che custodisce la casa di Gioachino e Anna. La casa che ha visto i natali dell’Immacolata. Accanto la piscina dei cinque portici. In Gerusalemme i luoghi sono talmente vicini che la città stessa sembra ingolfata. Chissà se i litigi nascono da questo fatto.
Una sera giro in pullman per le vie della Gerusalemme nuova. Andiamo anche nel quartiere degli asharim. Gli ebrei ultraordodossi. Sembra di entrare nel set di un film. Non ci sono abiti occidentali. Tutti gli uomini abiti neri con palandrane lunghe e classico cappello. Le donne rigorosamente con la gonna e un foulard sul capo: una volta sposate solo il marito può guardare i capelli della sua sposa. Ci guardano stranamente mentre il nostro pullman come un’astronave aliena si inoltra nel loro territorio rimanendo incastrato per un attimo nelle piccole stradine. Torniamo dalle white sister per riposare. Alcuni di noi fuggono in un pub per concludere la serata mettendo in subbuglio le suore. Ma niente birra nel locale. L’alcol è proibito per i musulmani e per gli ebrei.
Il cenacolo. Luogo della discesa dello Spirito Santo. Nel luogo dell’Istituzione dell’Eucaristia non si può celebrare. Perché sono gli ebrei a far da padroni. Nella stanza al piano superiore vi è il cenacolo. Ma la cosa ignota ai più è che al piano terra vi è nientemeno che la tomba (vera o presunta) del Re Davide. Il famoso cantore dei salmi. Si visita rigorosamente con il kippà. Di cartoncino per chi non la possiede all’ingresso.
Cosa dimentico?
Il patriarcato di Gerusalemme. La sede del successore di Giacomo apostolo. Finalmente una chiesa come le nostre. La chiesa cattolica per eccellenza. Dentro la grande statua di Pietro come a Roma. Dopo la celebrazione con i bambini e la lavanda dei piedi incontriamo il Patriarca. Silenzioso operaio della Croce. Ci incontra e ci infervora illustrandoci come si vive in Terra Santa. L’invito è a venire in Terra Santa e vedere. Rendersi conto. Ho l’occasione di intervistarlo per Vita Diocesana Pinerolese. E poi uscendo sentiamo tutti una grande gioia. E ci viene da cantare tutto il tratto fino a casa. Annunceremo che Tu sei Verità!
Il Getzemani. Fermi al bordo del muretto della vista panoramica su Gerusalemme vecchia abbiamo scattato molte foto alla città eterna. Anche un cammello passava da quelle parti con il padrone. Il sole al tramonto ci indica l’ora tarda. E’ giunta l’ora. Ci avviciniamo al monte degli olivi. Non c’è luogo che mi sia entrato più nel cuore in tutto il viaggio. Passeggiare in quel piccolo orto di pochi (ormai) olivi che forse (almeno un paio) hanno visto Gesù stesso pregare è una emozione unica. All’interno della grande basilica c’è un’ampia pietra ormai liscia di innumerevoli lacrime sulla quale Gesù ha pianto. E ho pianto anche io. Come un bambino al pensiero delle mie fragilità, chiusure di cuore, difficoltà di relazione, fatiche che anche in viaggio si sono fatte sentire. Su quella pietra ho posato tutte queste cose della mia vita. Perché su quella pietra tu hai posato tutta la tua angoscia per il gesto che stavi per compiere. E come te non avrei voluto più uscire di lì. Perché uscire di lì significa affrontare la vita. La nostra vita fatta di gioie e di fallimenti di tristezze e soddisfazioni. E affrontare quello che di noi non piace. E d’un tratto ho capito una cosa. Ho avuto una di quelle “illuminazioni” di cui parlava don Angelo. Ti ho cercato nei tuoi luoghi e non ti ho trovato. Ma finalmente mi hai fatto capire dove ti trovo. Proprio lì, fuori da quei luoghi: nel quotidiano, negli incontri che mi sorridono e negli incontri che faccio fatica a reggere e a leggere. Tu sei lì! Ed è lì che mi chiami. Nel mio quotidiano che amo fuggire. Uscendo dalla grande chiesa, dirimpetto a noi ecco le mura della Città vecchia. E al centro la porta d’oro. Che coincidenza: la porta che non si apre fino alla fine dei giorni è dirimpetto alla porta del Monte degli Olivi. Quella porta ideale dalla quale Gesù uscendo ha salvato il mondo con il sacrificio di sé sta davanti alla porta del giudizio. Come aveva ragione S. Giovanni della Croce: saremo giudicati sull’amore!
La luna accompagna il nostro rientro. Più silenzioso. Più pieno.
Infine Emmaus. 11 km da Gerusalemme. La strada che vi ci arriva oggi è piccola come quella forse di un tempo. Noi ci passiamo con il pullman tra tende di beduini (con parabola sulla punta!) e sassi da tutte le parti. I villaggi attraverso cui passiamo hanno i contorni di arabi poveri che aspettano forse un po’ di fortuna. Dentro il recinto dei frati un frate davvero caratteristico ci accoglie. Celebriamo nel luogo di Cleopa e l’ultimo pensiero che entra nel cuore è un pensiero che bisognava andare fino lì per cogliere. Cleopa e il suo amico (o forse il figlio) sono persone che devono ricominciare. Che sentono il peso del fallimento e sono oppressi. Non trovano più Gesù sulla strada della loro vita. Non lo vedono. Uomini che hanno intrapreso una strada e sono tornati alla partenza. Ma Gesù li va a incontrare e risvegliare la loro speranza attraverso la Parola e i Sacramenti. Cleopa potrebbe a buon diritto essere il patrono di chi nella sua vita deve ricominciare.
E’ l’ora della partenza. Ancora un tuffo nel mercato arabo di Gerusalemme alla ricerca del buon affare (sicuramente per chi vende). Ci divertiamo più a contrattare i prezzi che a comprare. E poi, non si sa bene come, torniamo carichi a fare le valigie. C’è un pensiero per tutti. Anche un po’ di terra della Terra Santa. Che fortunatamente al chek in scambiano per cipria! E via. Si riparte. Si torna giù. A valle. Così come abbiamo iniziato il viaggio sul Tabor ora è tempo di scendere a valle. Così come dice il canto (che abbiamo fatto poche volte…) Scendere da Gerusalemme e portare in giro ciò che abbiamo visto e udito.
Gerusalemme noi ti rivedremo. La speranza ci palpita nel cuore.
Ti ho trovato Gesù. Tu mi hai trovato. Non dove ti aspettavo. Ormai dovrei aspettarmelo, eppure…. Sei un regista straordinario!
Etichette: viaggi
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