La Stampa del 11/12 titola un articolo di Gian Enrico Rusconi “Dobbiamo giustificarci di essere laici?” In un solenne affondo al mondo cattolico egli invita a uno stop nel dialogo laici-cattolici per ripensare le proposizioni. Questo in nome di una laicità che sarebbe “il fondamento dell’etica pubblica”.
Chi come il sottoscritto laico è e tale si sente e vive non si trova minimamente configurato nell’accezione di laico che pro(im?)pone Ruconi. E alla domanda del titolo non può che rispondere che è doveroso chiedere ai laici una definizione più che una giustificazione, poiché pensante con la sua testa non è affatto realistico la figura di laico che ne viene fuori. Nell’articolo l’autore ci prova non a definire ma con fare militante a proporre una strada: “In questa situazione il laico deve assumersi i seguenti compiti…”: legittimità del contrasto di visioni etiche “in questo modo si concretizza il principio della laicità come statuto della cittadinanza e non come questione di convincimenti personali e di stili di vita, da regolamentare secondo i criteri delle convinzioni della maggioranza” (ma non vigeva la democrazia nei nostri paesi? E poi questo concetto non è uno dei tanti che il laicista pone contro la chiesa che non seguirebbe il criterio della maggioranza per proporre i principi evangelici?); combattere le confusioni tra scienza e teologia, contrastare l’opera della Chiesa “strategicamente mirata a influenzare con ogni mezzo la deliberazione politica”; e (ancora con criteri del tutto religiosi): “L’essere laico non è un fatto privato, riconducibile alle categorie soggettive del credere o non credere …”. Esattamente lo stesso il cristiano laico lo dice della Fede e della propria religiosità: essa non un fatto privato. Dimostrazione attuale: presto festeggeremo il Natale. Che non esisterebbe senza quell’ “Evento Cristo” che fa da spartiacque nella storia dell’umanità. Nella sua proposizione il laico dovrebbe essere quello che elimina l’ambito religioso dalle problematiche morali. Assumendo così un’etica che ha come fondamento quella che potremmo chiamare la “religiosità del laicismo”. Dunque la laicità è per qualunque cittadino “che esercita il diritto di decidere autonomamente della propria condotta morale di vita”. Se questa è la vera laicità ogni laico può invocare a buon diritto l’autonomia dal pensiero laico o laicista riconoscendo nella morale cristiana i fondamenti storici personali e comunitari della vita attuale. A meno che la laicità non decida il contrario, invocando nuove catacombe, spazi chiusi per tutto ciò che attiene alla vita civile dei credenti (di ogni confessione).
L’articolo di Rusconi termina con una interessante riflessione che deve toccare anche i credenti: “parlo della necessità che i laici siano competenti di teologia e della sua storia. Il disinteresse per il pensiero laico per la riflessione teologica ha portato alla clericalizzazione della teologia stessa diventata strumento per tenere in minorità intellettuale i credenti”. Il dito nella piaga è proprio questo: i laici non conoscono la teologia. Se la conoscessero sarebbero effettivamente meno clericali e molto più attaccati al concetto di Vita che Rusconi minimizza definendolo “un potente veicolo di una visione religiosa che diventa rifiuto al altre visioni della vita umana”.
Rusconi auspica una teologia che si occupi meno di vita e bioetica e torni a preoccuparsi (nel suo angolino?) di tematiche ampie quali la colpa originale, la redenzione, la salvezza. Ma dietro questo pensiero non vi è forse l’esplicita richiesta di eliminare il fatto religioso dal pensiero, dalla vita e dai comportamenti umani personali della vita civile? In nome poi di una tolleranza che accetta tutto tranne che la religione e il suo applicarsi nella vita sociale? Assurdo. Come assurdo il tentativo della dittatura del laicismo.
Ives
Etichette: riflessioni
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