“Quando gli Hobbit salvano il mondo”
Riflessione da Sentieri Tolkieniani 2009
Scrive Tolkien in una lettera (n°246 nella classificazione di Carpenter) a Mrs Eileen Elgar nel settembre 1963: “Pochi (anzi per quanto riguarda le lettere ricevute solo lei e un altro) hanno osservato o commentato il <
Questo è un tema centrale nel Signore degli Anelli. Il punto su cui quest’anno Sentieri Tolkieniani si ferma a riflettere. L’idea centrale in Tolkien è che gli eventi del mondo avvengano nel contesto di un disegno più ampio, possiamo dire provvidenziale, che riconosce la presenza di una Trascendenza. Il punto di svolta della situazione nella storia non sono gli eserciti, neanche la lotta personale contro il “nemico”; ma ciò che nella stessa lettera il nostro autore definisce “quello che noi chiamiamo pietà o compassione [che] è un requisito indispensabile nel giudizio morale (dato che è presente nella natura divina). E’ tipico di Dio nel suo aspetto più elevato” (L.246) Il fattore determinante nel successo della impresa non è dato dalla forza. Neanche quella interiore dell’eroe, che in Frodo appunto viene a mancare, ma piuttosto è quella facoltà dell’uomo che è la libera scelta. Il criterio principale nella scelta è la compassione, nel senso letterale del termine. Frodo in qualche modo “patisce con” Gollum, con il quale condivide il peso dell’attrattiva dell’anello. Frodo è colui che più di ogni altro capisce Smeagol ed è cosciente che il fardello dell’anello può rendere anche lui come Gollum. Questa consapevolezza rende Frodo capace di compassione nei suoi confronti e di risparmiargli la vita nell’Ithilien. Come già Bilbo fece con Gollum a Moria nel racconto del ritrovamento dell’Anello ne “Lo Hobbit”. E’ questo gesto di misericordia (=avere a cuore la miseria dell’altro) che consente a Gollum di rimanere in vita e compiere così il suo destino: né lui né Frodo possono resistere alla tentazione dell’Anello. Ma Gollum è ormai troppo compromesso. Il gesto di pietà di Frodo permette l’impensato: Gollum nell’impeto di difendere il suo tessoro si avventa verso il suo padrone, verso il quale pure nutre un senso di ambiguo affetto, perché percepisce di essere compreso da lui. Ma ora si sente tradito: non solo perché il padrone vuole distruggere l’oggetto del suo attaccamento; ma soprattutto perché il padrone ora non è più solo il Portatore ma si autoproclama coi fatti Possessore dell’anello. Gollum non lo può sopportare. Il patto con il “padrone” è rotto perché il padrone stesso è cambiato. E Gollum è quasi autorizzato a cercare di riprendersi ciò che sente suo. E lo fa: in modo cruento strappa anello e dito a Frodo. Ma la sua euforia lo tradisce. La gioia immensa dura poco perché nello stordimento della felicità si compie il suo destino: egli precipita nell’abisso del Monte Fato, lasciando Frodo vincitore non per la sue capacità ma per la sua compassione previa. Una compassione che forse non sarebbe stata possibile senza il fedele aiuto di Sam. Anche in quella, che sembra l’ultima ora, gli sta vicino. “Sono contento che tu sia qui con me Sam. Qui alla fine di ogni cosa”.
La pietà di Frodo dunque e la fedeltà di Sam sono la condizione stessa perché quella non sia davvero la fine di ogni cosa ma l’inizio di un nuovo tempo, una nuova era, la quarta della terra di Mezzo. L’era nuova degli uomini.
Non stiamo a evidenziare l’attualità di questa situazione. Solo come non affermare il grande messaggio all’uomo contemporaneo che traspare da queste righe di letteratura fantastica?! Possiamo arrivare ad osare a pensare a Tolkien come un profeta, capace di leggere il suo mondo e quasi vedesse il mondo di oggi che ancora, a dispetto dell’insegnamento evangelico, tende a cercare successo nella forza, nelle armi, nell’energia atomica (che qualcuno ha intravisto nella immagine dell’anello). Egli è capace di profezia perché è capace di leggere dentro il cuore dell’uomo. E lo dimostra attraverso i suoi personaggi. Egli afferma ancora oggi questa verità: sono le scelte personali dettate da compassione e attenzione per gli altri, soprattutto se indegni di misericordia come Gollum - e quanti Gollum possiamo intravedere nella nostra società e senza voler guardare tanto lontano da noi - a essere la discriminante per un mondo fatto di pace o di guerra, di luce o di buio, di odio o di amore. E nulla di tutto questo può realizzarsi senza uno sguardo elevato verso il Cielo. Lo sguardo di Gandalf verso Valinor, verso un Trascendente che non è distaccato dalle vicende degli uomini.
Possiamo dunque, osando solo un poco, definire Tolkien un profeta del nostro tempo? Lasciam la domanda aperta. Certo è che da lui e dal suo pensiero e dalle sue opere possiamo attingere ancora oggi a piene mani per leggere la nostra Terra. Che non è la Terra Beata di Valinor, ma che pure lascia intravedere i semi di quella felicità che vogliamo costruire e raggiungere per tutti i popoli. Wiwesh - Ives Coassolo
Etichette: riflessioni
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