Come promesso ecco cosa penso a proposito di stima o affetto. (x Fra Tac: guardo il tuo pensiero precedente e poi rispondo.. ho i miei tempi, ma abbi fede..!)
Parlando con un giovane una sera ci si è posta la domanda se fosse meglio dare o ricevere affetto o stima.
E’ una riflessione scontata che di solito non siamo usi fare ma che è bene a volte fermarsi a pensare.
In definitiva la domanda di fondo è di che cosa abbiamo bisogno in quanto uomini?
Definiamo la stima: apprezzamento per ciò di cui l’uomo è capace a dire o fare.
Si tratta di un sentimento che riguarda la dimensione esterna dell’uomo, quella che si vede o si percepisce.
L’affetto è un moto sensibile proprio del volere il bene dell’altro. Voler bene. Volere bene è far sentire l’altro riconosciuto, prendersi cura di, evitando la critica se non costruttiva. In questo orizzonte anche la presa in giro può essere segno di affetto. E’ qualcosa che si sente.
Se utilizziamo queste definizioni ci troviamo di fronte a queste situazioni frutto di esperienza:
si può volere bene a qualcuno senza stimarlo. Cioè non mi interessa ciò che dice e fa, cosa pensa e come si esprime. (giusto o sbagliato, secondo i miei gusti o no). Ma io gli voglio bene per quello che è.
Si può stimare senza voler bene. Cioè si può apprezzare il lavoro di una persona, il suo modo di esprimersi essendo d’accordo con lei o meno. Si apprezza quello che fa. Anche quando non coincide con il nostro modo di sentire. Ma non necessariamente si vuole bene. Personalmente si è indifferenti.
Si può avere il caso, meno infrequente di quanto si pensi, di non stimare e non voler bene. E’ anche il caso di tutte le persone che sono al mondo ma di cui non conosciamo l’esistenza.
Oppure il caso delle persone che non ci sono congeniali.
Si può poi infine avere il caso in cui si stima la persona e gli si vuole bene. E’ il momento in cui tutta la persona è coinvolta nell’attenzione dell’altro. E’ il massimo della relazione personale. E’ il caso della amicizia.
Sin da questa prima schematizzazione si comprende come alla domanda iniziale sia da rispondere che è meglio l’affetto alla stima.
Ma l’affetto è un moto spontaneo del cuore si potrebbe obiettare. Non lo si può comandare. Non lo si può rubare o conquistare o imporre perché è un dono.
Si è vero. E’ un moto del cuore. Ma la spontaneità dell’affetto è tutt’altro. Io posso genericamente voler bene al fratello che non conosco dall’altra parte del mondo augurandogli di essere felice. E pregando per lui. - Che è la prima carità che possiamo farci a vicenda. – ma non posso incontrare tutti gli uomini del mondo per voler oro bene. Questo è chiaro.
Ma per coloro che mi vivono accanto la cosa è diversa. Posso voler bene a tutti? A prima impressione sembra di no. In effetti non succede. Ma io posso sforzarmi di voler bene a chi ho intorno conoscendolo. Interessandomi a lui/lei. Conoscere e farsi conoscere. (Finche ti è possibile e senza doverti arrendere conserva i buoni rapporti con tutti cita lo scritto detto “Desiderata”). Kierkegaard diceva che “le persone deludono chi le conosce troppo e Dio delude chi non lo conosce abbastanza”. Forse. Ma credo vero che Dio si manifesta anche attraverso gli altri, e quindi conoscendo gli altri e se stessi si conosce Dio.
Perché voler bene agli altri?
Perché è nel dna dell’uomo il bisogno di essere amato e di amare. Di essere riconosciuto. Tanti drammi nascono dal fatto che l’uomo si sente solo (patologie psicologiche a parte o forse anche quelle).
In conclusione:
Se io ho bisogno di essere riconosciuto nell’affetto trovo riconoscimento sia per le cose che faccio sia per quello che sono.
Se voglio bene senza stimare in qualche modo tocco il cuore della persona. Che si sente riconosciuta.
Nel caso della stima senza affetto, che è anche di gran lunga un caso frequente, non vado a toccare il cuore profondo della persona.
Apprezzo l’esterno della persona e non il suo interno. Non vado a rispondere al bisogno essenziale di essere amato.
Se io ricevo stima per qualche successo è cosa gradita ma è molto più gradito essere stimati un po’ meno ma essere amati per quello che si è !
Il caso migliore è il quarto dove stimo e ho affetto. Ma è il caso della vera amicizia.
Cosa chiede il Signore a noi suoi discepoli al riguardo?
Di essere persone che si prendono cura, che vogliono il bene dei fratelli. Da come vi amate riconosceranno che siete i miei discepoli. Perché i fratelli si prendono anche in giro ma fanno sentire il loro amore il loro apprezzamento profondo non per l’esteriorità (che pure ha spazio e importante) ma per quello che si è. Come faceva Gesù quando guardava negli occhi chi incontrava. Sapeva sempre vedere il meglio.
Etichette: riflessioni
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